Studio monografico – TRAUMA INFANTILE E SVILUPPO DEL COMPORTAMENTO CRIMINALE: una lettura clinica in ambito psicologico – forense

Caterina Cimmarrusti

Master di Criminologia e Criminalistica ADSUM Bari

Relatore: Prof. Massimo Montinari

caterinacimmarrusti123@gmail.com

INTRODUZIONE

Il legame tra esperienze traumatiche infantili e la successiva comparsa di comportamenti antisociali o criminali è da tempo oggetto di studio in ambito psicologico, psichiatrico e forense. Numerose ricerche indicano come il trauma precoce, specie se si ripete più volte e proviene dalle figure di attaccamento, possa compromettere la capacità di regolazione emotiva, favorendo esiti psicopatologici e pattern di funzionamento disfunzionali. L’interesse per questa tematica è oggi rinnovato dal crescente riconoscimento del peso che le esperienze avverse infantili esercitano sullo sviluppo cerebrale, affettivo e sociale. La prospettiva psicologico- forense, in particolare, offre un terreno privilegiato per comprendere come una sofferenza non elaborata possa tradursi in condotte deviate e quali implicazioni ciò comporti in ambito peritale e di trattamento.

Motivazione

Il presente lavoro nasce dall’incontro tra il percorso formativo in psicologia e l’esperienza di tirocinio svolta presso uno studio legale operante in ambito penale. Durante il tirocinio è stato possibile osservare come, all’interno dei procedimenti giudiziari, emergano frequentemente storie di vita caratterizzate da esperienze traumatiche precoci.

L’esperienza in studio legale ha evidenziato l’importanza di una lettura psicologica del vissuto individuale, capace di andare oltre la dimensione giuridica del reato e di considerare il funzionamento emotivo e relazionale della persona. In tale contesto, il trauma infantile si è rivelato un elemento ricorrente e rilevante, la cui comprensione risulta fondamentale per una valutazione più articolata della persona coinvolta nel procedimento penale.

La scelta dell’argomento risponde quindi all’esigenza di approfondire il contributo che la prospettiva clinica dello psicologo può offrire nei contesti giudiziari, mantenendo una chiara distinzione di ruoli e competenze tra ambito giuridico e psicologico.

Questo tema , a mio avviso, rappresenta un nodo centrale nello sviluppo della persona e credo sia ndamentale  che lo psicologo sappia leggerlo come una causa diretta del comportamento criminale ma anche come un possibile fattore di rischio che interagisce con altre variabili.

Obiettivi

L’obiettivo principale della ricerca è analizzare il ruolo dei traumi infantili nello sviluppo di condotte antisociali e criminali, attraverso una lettura integrata tra psicologia clinica e psicologia giuridico-forense, al fine di comprendere i meccanismi psicologici e relazionali che mediano il passaggio dall’esperienza traumatica precoce alla devianza comportamentale in età adulta. Comprendere dunque come le esperienze traumatiche precoci, possano alterare i processi di costruzione dell’identità, della regolazione emotiva e dell’empatia,  meccanismi psicologici sottostanti e i correlati neurobiologici  mettendo in luce  il trauma, soprattutto se precoce tutti elementi spesso compromessi nei soggetti autori di reato. Offrire inoltre una riflessione teorico-clinica che valorizzi il contributo specifico dello psicologo nella lettura del comportamento criminale, ponendo attenzione alle implicazioni valutative, etiche e preventive.

Attraverso un approccio compilativo e integrato, il lavoro mira a:

  • Esaminare le principali tipologie di trauma infantile ( abuso, trascuratezza, maltrattamento, esposizione e violenza) e i loro effetti sullo sviluppo psicologico
  • Analizzare i meccanismi psicologici attraverso cui il trauma può incidere sul comportamento( attaccamento, empatia, impulsività)
  • Evidenziare i fattori di rischio e protezione che mediano il rapporto tra trauma e comportamento criminale
  • Intervento dello psicologo nella valutazione clinica dei soggetti con storia traumatica in contesti forensi

In sintesi, l’elaborato intende promuovere una visione clinico-forense integrata, capace di coniugare comprensione psicologica e responsabilità penale, evidenziando come la conoscenza del trauma infantile possa costituire non solo una chiave interpretativa del reato, ma anche una via concreta per la prevenzione, la cura e la rinascita personale.

CAPITOLI

  1. Il Trauma infantile
  2. Definizione
  3. Tipologie di trauma infantile
  4. Abuso fisico
  5. Abuso psicologico
  6. Abuso sessuale
  7. Trascuratezza e incuria
  8. Effetti del trauma sullo sviluppo emotivo e relazionale
  9. Impatto sullo sviluppo emotivo
  10. Impatto sulle relazioni interpersonali e sul modello di attaccamento
  11. Effetti sul funzionamento cognitivo e comportamentale
  12. Il percorso di elaborazione e resilienza  
  • Dallo sviluppo traumatico al comportamento antisociale
  • Trauma e sviluppo della personalità
  • Attaccamento, regolazione emotiva e trauma
  • Trauma e difficoltà comportamentali
  • L’emulazione del modello genitoriale e la trasmissione intergenerazionale della devianza”
  • Dalla disregolazione emotiva alle condotte a rischio
  • Trauma complesso ed evolutivo

 3. Trauma, personalità e comportamento criminale

  1. Comprendere il comportamento criminale
  2. Il trauma come fattore di rischio, non come causa unica
  3. Meccanismi psicologici di mediazione:
  4. Impulsività
  5. Aggressività
  6. Deficit empatici
  7. Difficoltà relazionali
  8. Valutazione del danno psichico e strumenti diagnostici
  9. Percorsi evolutivi possibili: perché non tutti diventano autori di reato
  10. Descrizione di Profili e Casi criminologici
  • Il punto di vista psicologico-forense
  • La prospettiva psicologico-forense  nello studio del comportamento criminale
  • La ricostruzione della storia evolutiva del soggetto
  • Trauma infantile e sviluppo di vulnerabilità psicologiche
  • Il ruolo della valutazione psicologico-forense
  • Trauma e responsabilità penale
  • La valutazione del rischio di recidiva
  • Implicazioni per la prevenzione e il trattamento
  • Prevenzione e intervento psicologico
  • Intervento precoce, prevenzione del disagio e delle condotte devianti
  • Terapie e sostegno psicologico: metodiche specifiche che lavorano sulla rielaborazione dei ricordi traumatici e sull’autoregolazione:
  • EMDR ( Eye Movement Desensitization and Reprocessing)
  • DBT ( Dialectical Behavior Therapy) per la disregolazione emotiva
  • Terapia cognitiva del trauma complesso
  • Implicazioni cliniche e sociali
  • Funzione ripartiva e rieducativa


 CAPITOLO 1 – IL TRAUMA INFANTILE

a) Definizione

Il concetto di trauma infantile ha assunto nel corso dei decenni una rilevanza sempre maggiore sia in ambito psicologico che in quello neurobiologico, pedagogico e sociale. In termini generali, il trauma può essere definito come un evento o una serie di eventi che superano la capacità del bambino di elaborare e gestire emotivamente le esperienze vissute. Il termine deriva dal greco τραῦμα (ferita) e si riferisce inizialmente a una lesione fisica; in psicologia, esso viene esteso alla dimensione psichica, indicando una “ferita dell’anima” che interrompe o compromette lo sviluppo armonico del sé.

Secondo la prospettiva della psicologia dello sviluppo, il trauma infantile non è definito unicamente dalla natura dell’evento traumatico, ma soprattutto dalla risposta psicologica del bambino e dalle risorse (interne ed esterne) di cui dispone. Due bambini, esposti a medesime condizioni traumatiche, possono infatti reagire in modo profondamente diverso in base alla qualità delle loro esperienze relazionali, alla presenza di figure di attaccamento sicure e al contesto socioculturale di riferimento.

I modelli psicodinamici hanno già da tempo sottolineato la funzione devastante delle esperienze traumatiche precoci nella strutturazione dell’apparato psichico, evidenziando come tali esperienze possano interrompere i processi di integrazione dell’Io. Più recentemente, i contributi della neuroscienza affettiva (Schore, 2001; Siegel, 2012) hanno illustrato come il trauma infantile incida sulle funzioni di regolazione emotiva, sullo sviluppo del cervello destro e sui circuiti neurobiologici dell’attaccamento e della paura.

In sintesi, il trauma infantile può dunque essere definito come una esperienza schiacciante, caratterizzata da impotenza, disorganizzazione emotiva e perdita del senso di sicurezza, che interferisce con lo sviluppo dell’identità, delle competenze relazionali e della fiducia di base nel mondo.

b) Tipologie di trauma infantile

I traumi infantili possono assumere diverse forme. Essi vengono generalmente suddivisi in traumi da abuso (fisico, psicologico e sessuale) e traumi da trascuratezza (emotiva o fisica). In entrambi i casi, la costante che li accomuna è la violazione della fiducia e del bisogno fondamentale di protezione e accudimento del bambino.

  • Abuso fisico

L’abuso fisico si riferisce a ogni forma di violenza corporea inflitta a un minore da parte di un adulto responsabile del suo accudimento (genitore, caregiver, insegnante, ecc.). Può includere percosse, scosse, bruciature, strangolamenti, ma anche comportamenti meno visibili come spinte, immobilizzazioni forzate o punizioni fisiche sistematiche.

Dal punto di vista psicologico, la caratteristica centrale dell’abuso fisico non è soltanto il dolore corporeo, ma l’esperienza di terrore, umiliazione e perdita di controllo. Il bambino interiorizza un mondo percepito come pericoloso e imprevedibile, e può sviluppare nel tempo sintomi di ipervigilanza, ansia cronica e comportamenti aggressivi.

Numerosi studi hanno evidenziato come l’abuso fisico sia associato a un aumento del rischio di disturbi post-traumatici, depressione maggiore, disturbi dissociativi e difficoltà nella regolazione della rabbia.

Sul piano relazionale, i bambini abusati fisicamente tendono a sviluppare modelli di attaccamento disorganizzato, caratterizzati da una profonda ambivalenza verso la figura di accudimento, contemporaneamente percepita come fonte di protezione e minaccia.

  • Abuso psicologico

L’abuso psicologico, o maltrattamento emotivo, è una forma di trauma spesso invisibile ma non meno distruttiva. Esso comprende comportamenti ripetuti di svalutazione, umiliazione, rifiuto, minaccia, isolamento o coercizione emotiva da parte degli adulti di riferimento.

A differenza dell’abuso fisico, non lascia segni visibili sul corpo, ma mina profondamente il senso di sé e l’autostima del bambino. Le parole offensive e le condotte denigratorie possono essere interiorizzate e diventare la voce critica interna dell’individuo, dando origine a convinzioni di indegnità, colpa e vergogna cronica.

Sul piano dello sviluppo, l’abuso psicologico genera distorsioni cognitive (percezione negativa di sé e degli altri), analfabetismo emotivo (difficoltà a riconoscere e nominare le emozioni) e tendenza alla dissociazione emotiva.

Dal punto di vista relazionale, tali bambini possono sviluppare difficoltà nel fidarsi degli altri e tendono a oscillare tra comportamenti di sottomissione e opposizione, riproducendo nelle relazioni future gli schemi di abuso interiorizzati.

  • Abuso sessuale

L’abuso sessuale rappresenta una delle forme più gravi di trauma infantile. Comprende ogni coinvolgimento di un minore in attività sessuali non pienamente comprese, non consenzienti o per le quali il bambino non è psicologicamente preparato.

Tale esperienza si accompagna frequentemente a dinamiche di segretezza, colpa e manipolazione affettiva, poiché l’abusante tende a sfruttare il legame di fiducia per convincere o minacciare la vittima. L’abuso sessuale produce profonde ripercussioni sul senso del corpo, sulla sessualità adulta, sull’immagine di sé e sulla capacità di costruire relazioni intime.

Le conseguenze psicologiche comprendono sintomi di disturbo post-traumatico da stress (PTSD), dissociazione, somatizzazione, disturbi dell’alimentazione, e nella vita adulta possono manifestarsi difficoltà nella regolazione dell’intimità e della fiducia. Ricerche longitudinali indicano che l’abuso sessuale infantile è uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo di disturbi di personalità complessi e problematiche relazionali croniche.

  • Trascuratezza e incuria

La trascuratezza, o incuria, consiste nell’omissione o nella mancanza di soddisfacimento dei bisogni fondamentali del bambino, che possono essere fisici (nutrizione, igiene, cure mediche) o emotivi (attenzione, affetto, stimolazione cognitiva).

È una forma di violenza “silenziosa”, spesso non riconosciuta socialmente, ma capace di generare nel bambino una percezione persistente di non valere e di non essere degno d’amore. La trascuratezza emotiva, in particolare, priva il bambino di esperienze di co-regolazione necessarie per sviluppare un sano senso del sé e della sicurezza affettiva.

A differenza dell’abuso attivo, la trascuratezza si manifesta come una assenza, che però lascia vuoti profondi nella struttura della personalità: difficoltà a riconoscere e esprimere i propri bisogni, bassa autostima, difficoltà empatiche e tendenza all’evitamento affettivo. Gli esiti più gravi si riscontrano quando la trascuratezza si accompagna a condizioni croniche, come povertà, isolamento sociale o malattie mentali dei genitori.

c)Effetti del trauma sullo sviluppo emotivo e relazionale

Il trauma infantile esercita un impatto pervasivo sullo sviluppo globale del bambino, interferendo con le funzioni emotive, cognitive, neurobiologiche e relazionali. Tali effetti possono manifestarsi immediatamente dopo l’evento traumatico o riemergere in modo più evidente nelle fasi successive dello sviluppo, specialmente nell’adolescenza e nell’età adulta.

  • Impatto sullo sviluppo emotivo

Dal punto di vista emotivo, i bambini traumatizzati presentano difficoltà nella regolazione degli affetti: tendono a oscillare tra stati di iperattivazione (ansia, rabbia, paura) e ipoattivazione (apatia, dissociazione, anedonia).

Le esperienze traumatiche precoci compromettono la formazione di strategie di coping efficaci e interferiscono con l’integrazione delle emozioni nel sistema di rappresentazioni cognitive. Il cervello dei bambini esposti a traumi ripetuti mostra, come dimostrano studi di neuroimaging, alterazioni nelle strutture connesse all’elaborazione della paura e alla memoria emotiva, come l’amigdala, l’ippocampo e la corteccia prefrontale.

Il risultato è una difficoltà cronica di autoregolazione, che si traduce in comportamenti impulsivi, regressivi o autolesionistici. Sul piano interno, tali bambini sviluppano un mondo emotivo dominato da stati di vergogna, colpa e indegnità, che può favorire lo sviluppo di disturbi depressivi o ansiosi.

  • Impatto sulle relazioni interpersonali e sul modello di attaccamento

Le prime relazioni di attaccamento costituiscono la base per lo sviluppo della fiducia e della capacità di intimità. Quando la figura di riferimento è contemporaneamente fonte di protezione e di minaccia, si genera un attaccamento disorganizzato, che diviene un fattore di rischio significativo per lo sviluppo di psicopatologia.

Il bambino traumatizzato, infatti, si trova in un paradosso relazionale: desidera la vicinanza della figura di accudimento, ma teme la sua imprevedibilità. Questo conflitto si traduce in comportamenti contraddittori (fuga e ricerca, rabbia e dipendenza) che, se non elaborati, possono persistere e ripresentarsi nei rapporti affettivi futuri.

Nell’età adulta, tale stile relazionale può esprimersi attraverso dinamiche di dipendenza, controllo, evitamento o violenza, riproducendo inconsciamente i modelli appresi nell’infanzia. La letteratura sull’attaccamento mostra una trasmissione intergenerazionale del trauma: genitori che non hanno elaborato le proprie esperienze traumatiche tendono, senza consapevolezza, a riproporre schemi disfunzionali nelle loro relazioni con i figli .

  • Effetti sul funzionamento cognitivo e comportamentale

Oltre agli aspetti emotivi e relazionali, il trauma può alterare lo sviluppo cognitivo. Bambini esposti a stress cronico presentano spesso difficoltà di concentrazione, attenzione e memoria di lavoro, legate all’attivazione persistente del sistema di risposta allo stress.

Nei contesti scolastici, questi bambini possono essere erroneamente percepiti come disattenti o oppositivi, quando in realtà manifestano il risultato neurobiologico di un cervello costantemente in “allerta”.

Da un punto di vista comportamentale, l’iperattivazione del sistema limbico può determinare stati di irritabilità, aggressività o chiusura. Spesso tali comportamenti rappresentano strategie

di sopravvivenza apprese, volte a evitare ulteriori ferite o rifiuti.

  • Il percorso di elaborazione e resilienza

Nonostante la gravità delle conseguenze, non tutti i bambini traumatizzati sviluppano disturbi psichici. Numerosi studi hanno evidenziato il ruolo dei fattori protettivi e della resilienza nella mitigazione degli effetti del trauma.

Tra questi ricordiamo:

  • la presenza di almeno una figura affettiva stabile e accogliente;
  • il supporto sociale e istituzionale;
  • la possibilità di accedere a contesti educativi strutturati e sicuri;
  • interventi terapeutici tempestivi e mirati;
  • l’attitudine individuale alla mentalizzazione e all’integrazione dell’esperienza.

L’elaborazione del trauma implica il riconoscimento della sofferenza, la ricostruzione di un senso di continuità del sé e la trasformazione del dolore in narrazione e significato. Approcci terapeutici come l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), la psicoterapia sensomotoria e l’approccio basato sull’attaccamento si sono dimostrati efficaci nel favorire tali processi di integrazione.

Considerazioni conclusive

Il trauma infantile rappresenta una delle esperienze più destabilizzanti per lo sviluppo dell’essere umano, poiché intacca il fondamento stesso della sicurezza emotiva e della fiducia interpersonale.
Comprendere la natura e le conseguenze di tali esperienze è fondamentale non solo per la diagnosi e la cura, ma anche per la prevenzione e l’educazione.
Promuovere relazioni di attaccamento sicure, sviluppare competenze emotive e offrire spazi di ascolto rappresentano le strategie più efficaci per contrastare gli effetti del trauma e favorire una crescita integrata e resiliente.

CAPITOLO 2 – DALLO SVILUPPO TRAUMATICO AL COMPORTAMENTO ANTISOCIALE

a) Trauma e sviluppo della personalità

Lo sviluppo della personalità rappresenta un processo complesso, influenzato dall’interazione tra fattori genetici, ambientali e relazionali. In tale contesto, le esperienze traumatiche precoci agiscono come variabili dirompenti, in grado di compromettere la formazione di un sé coeso e di modelli interni di funzionamento stabili.

Secondo la prospettiva psicoanalitica e relazionale, il trauma precoce interferisce con i processi di simbolizzazione e mentalizzazione, generando una frattura tra esperienza emotiva e rappresentazione cognitiva. Quando il bambino sperimenta dolore o paura persistenti non accompagnati da un’adeguata funzione di contenimento da parte dei caregivers, si produce una scissione tra le parti emotive del sé, come strategia difensiva di sopravvivenza.

Sul piano neurobiologico, tali esperienze alterano i sistemi di risposta allo stress e la maturazione delle aree corticali implicate nella regolazione delle emozioni e dell’impulsività. Questa disregolazione cronica costituisce una base di vulnerabilità per lo sviluppo di tratti di personalità instabili o antisociali, in cui il soggetto fatica a riconoscere i propri stati interni e agisce l’affetto invece di elaborarlo.

Diverse ricerche hanno messo in luce una significativa correlazione tra traumi infantili e disturbi di personalità, in particolare borderline e antisociale. La deprivazione affettiva, unita alla perdita di fiducia nelle figure di riferimento, favorisce la costruzione di un sistema identitario fragile, caratterizzato da aggressività, diffidenza e tendenza alla sopraffazione.

In sostanza, il trauma precoce non crea automaticamente personalità antisociali, ma interferisce con la possibilità di sviluppare empatia, regolazione affettiva e senso di colpa, elementi imprescindibili per un comportamento socialmente adattivo.

b) Attaccamento, regolazione emotiva e trauma

Le teorie dell’attaccamento (Bowlby,1969,1988) forniscono una chiave di lettura essenziale per comprendere il legame tra trauma e comportamento. Il bambino costruisce modelli interni di funzionamento sulla base della qualità delle relazioni con i suoi caregiver. In contesti di trascuratezza, abuso o imprevedibilità, tali modelli diventano disorganizzati, generando confusione e paura nelle relazioni affettive.

La figura di attaccamento traumatizzante diviene simultaneamente fonte di conforto e di minaccia, producendo un conflitto irrisolvibile e ripercussioni sulla regolazione emotiva. Lo sviluppo di un Sé organizzato richiede infatti esperienze di co-regolazione affettiva, in cui il caregiver aiuta il bambino a tollerare e nominare le proprie emozioni. Quando ciò non avviene, le emozioni intense vengono vissute come incontrollabili e minacciose, determinando risposte maladattive, quali l’ipercontrollo, la dissociazione o l’aggressività reattiva.

L’assenza di un attaccamento sicuro compromette lo sviluppo dell’empatia, intesa come la capacità di riconoscere e rispondere adeguatamente agli stati emotivi altrui . In molti soggetti con traiettorie antisociali, si riscontra una storia di attaccamento interrotto o traumatico, che porta a rappresentare gli altri come nemici o oggetti da controllare, piuttosto che come fonti di sicurezza.

Il comportamento antisociale, in questa prospettiva, rappresenta una strategia difensiva contro l’esperienza originaria di vulnerabilità: l’aggressione e la dominanza diventano modalità illusorie per evitare la riattivazione del dolore del rifiuto e dell’impotenza infantile.

c) Trauma e difficoltà comportamentali

L’esposizione a esperienze traumatiche, in particolare se croniche, è correlata a una gamma di disturbi del comportamento e dell’adattamento sociale. I bambini traumatizzati possono manifestare una varietà di sintomi esternalizzanti, tra cui irritabilità, impulsività, aggressività e condotte oppositive, spesso interpretate erroneamente come “disobbedienza” piuttosto che come manifestazioni di stress post-traumatico.

La disregolazione del sistema limbico e la carenza di funzioni autoregolative portano il soggetto a reagire impulsivamente agli stimoli di frustrazione o minaccia, interpretando il mondo come un ambiente ostile.

Tale percezione, consolidata da esperienze di abuso o coercizione, può rendere cronica una modalità cognitivo-emotiva orientata all’allerta, che sfocia in comportamenti aggressivi difensivi o in forme di evitamento sociale.

Le ricerche epidemiologiche documentano un’elevata incidenza di esperienze traumatiche precoci tra i minori autori di reati violenti o antisociali. L’acquisizione di comportamenti oppositivi, aggressivi o delinquenziali può essere compresa come un tentativo di ripristinare un senso di controllo e potere negato nelle esperienze infantili.

Inoltre, il trauma mina le competenze prosociali: il bambino non apprende l’autoregolazione emotiva né la fiducia normativa negli altri, ma interiorizza modelli relazionali basati sulla coercizione. Ne deriva un pattern di comportamento orientato alla sopravvivenza, piuttosto che alla cooperazione.

d)L’emulazione del modello genitoriale e la trasmissione intergenerazionale della devianza

L’ambiente familiare rappresenta il primo contesto educativo in cui il bambino apprende le modalità fondamentali di interazione sociale, la gestione delle emozioni e i codici comportamentali che regolano la vita comunitaria. Fin dalle prime fasi evolutive, le figure genitoriali costituiscono modelli interni di riferimento attraverso i quali il minore costruisce la propria immagine del mondo, di sé e degli altri. Quando tali figure sono contraddistinte da comportamenti antisociali o criminali, il bambino può interiorizzare e successivamente emulare pattern comportamentali disfunzionali, in un processo noto come trasmissione intergenerazionale della devianza.

Secondo la teoria dell’apprendimento sociale di Bandura, gran parte del comportamento umano deriva dall’osservazione e dall’imitazione di modelli significativi. Il bambino non apprende soltanto dai rinforzi diretti, ma anche dall’osservazione delle conseguenze che le azioni altrui producono. In questo senso, quando il comportamento deviante del genitore viene percepito come efficace, o quando non incontra sanzioni significative, il figlio assimila implicitamente la devianza come modalità adattiva di gestione dei bisogni e dei conflitti.

L’emulazione del genitore criminale si colloca così al crocevia di dinamiche affettive e cognitive. Da un lato, essa deriva dal bisogno profondo di appartenenza e identificazione con la figura di attaccamento, dall’altro è sostenuta da processi di imitazione e reciprocità affettiva. Il bambino tende a riprodurre il modello familiare perché identificarsi con il genitore, anche deviante, gli consente di mantenere una forma di continuità e coerenza del legame affettivo. Questo processo risulta particolarmente intenso laddove l’unico riferimento relazionale stabile sia proprio il genitore con condotte antisociali o violente.

In tali contesti, la devianza può assumere addirittura un valore simbolico: “essere come il padre o la madre” diventa un segnale di lealtà e di appartenenza familiare. L’emulazione del modello genitoriale non è quindi sempre un atto consapevole o voluto, ma una forma di adattamento affettivo, una risposta alla paura di esclusione o di perdita del legame. Nei casi di abuso, trascuratezza o coercizione, il bambino può sperimentare una confusione tra amore e violenza, finendo per identificarsi con l’aggressore, nel tentativo di acquisire controllo su un ambiente emotivamente caotico.

Dunque la trasmissione intergenerazionale della violenza costituisce un tema centrale nello studio dei fattori di rischio connessi ai comportamenti aggressivi in età adulta per esempio in particolare nei casi di violenza contro le donne. L’esposizione alla violenza domestica durante l’infanzia – soprattutto quando il minore assiste a comportamenti aggressivi del padre nei confronti della madre – rappresenta una forma di esperienza traumatica che può incidere significativamente sullo sviluppo emotivo, relazionale e identitario.

Avendo citato in precedenza che i comportamenti vengono appresi anche attraverso l’osservazione di modelli significativi, il  genitore costituisce la principale figura di riferimento nel processo di costruzione delle modalità relazionali. Quando la violenza viene agita all’interno della coppia e non adeguatamente riconosciuta o rielaborata, il bambino può interiorizzarla come modalità legittima di gestione del conflitto o di esercizio del potere nella relazione. Non si tratta di una semplice imitazione comportamentale, ma dell’assimilazione di schemi cognitivi ed emotivi che strutturano la rappresentazione di sé, dell’altro e del legame affettivo.

In particolare, l’esposizione a dinamiche di violenza di genere può favorire l’interiorizzazione di modelli relazionali fondati su dominio, controllo e disuguaglianza. Il minore può sviluppare una concezione gerarchica del rapporto uomo-donna, in cui la forza e l’intimidazione assumono valore regolativo. In alcuni casi, possono emergere processi di identificazione con il genitore aggressore, attraverso i quali il bambino, per difendersi dal senso di impotenza, assume le caratteristiche del modello violento. Tali dinamiche, se associate a difficoltà nella regolazione emotiva, scarsa empatia o contesti socio-culturali che rinforzano stereotipi di genere, possono aumentare il rischio di comportamenti violenti nelle relazioni intime in età adulta.

Questo processo di emulazione del modello genitoriale assume particolare rilevanza nei casi di violenza domestica assistita. Il bambino che osserva ripetuti episodi di aggressione da parte del padre nei confronti della madre può sviluppare una rappresentazione distorta dei ruoli di genere, associando la mascolinità al dominio e all’aggressività, e la femminilità alla sottomissione o alla vulnerabilità. Tali schemi cognitivi e relazionali, se non rielaborati nel corso dello sviluppo, possono riemergere in età adulta sotto forma di comportamenti violenti nelle relazioni sentimentali.

Numerosi studi hanno evidenziato che gli uomini che hanno assistito a violenza tra i genitori durante l’infanzia, presentano una probabilità significativamente maggiore di esercitare violenza nei confronti della partner rispetto a coloro che non hanno vissuto tali esperienze. Non si tratta tuttavia di una relazione automatica o inevitabile, ma di un fattore di rischio che, se associato ad altre condizioni di vulnerabilità – come difficoltà nella regolazione emotiva, impulsività o contesti sociali disfunzionali – può favorire l’insorgenza di comportamenti aggressivi.

Un ulteriore elemento rilevante riguarda l’impatto del trauma sulla capacità empatica e sulla gestione delle emozioni. L’esposizione prolungata alla violenza può portare il bambino a sviluppare strategie di adattamento basate sulla desensibilizzazione emotiva o sull’identificazione con l’aggressore. In questi casi, la violenza può essere percepita come uno strumento efficace per ristabilire controllo e potere nelle relazioni, soprattutto nei momenti di frustrazione o conflitto.

Nel contesto della violenza contro le donne, la dimensione della trasmissione intergenerazionale assume quindi un ruolo particolarmente significativo. Molti autori sottolineano come i comportamenti violenti nei confronti della partner non siano solo il risultato di caratteristiche individuali, ma anche l’espressione di modelli culturali e familiari interiorizzati nel corso dello sviluppo. L’ambiente familiare può infatti contribuire alla costruzione di credenze distorte riguardo ai rapporti di coppia, alla gestione della gelosia, al controllo del partner e alla legittimazione dell’aggressività.

In questa prospettiva, l’intervento precoce sui minori esposti alla violenza domestica rappresenta uno strumento fondamentale per interrompere il ciclo della trasmissione intergenerazionale. Offrire supporto psicologico, modelli relazionali alternativi e contesti educativi protettivi può contribuire a ridurre il rischio che i modelli appresi durante l’infanzia si trasformino, in età adulta, in comportamenti antisociali o in forme di violenza di genere.

È tuttavia essenziale sottolineare che l’esposizione alla violenza non determina automaticamente la riproduzione del comportamento aggressivo. La letteratura evidenzia un aumento del rischio statistico, ma non un rapporto di causalità lineare. La presenza di fattori protettivi – quali figure adulte alternative non violente, interventi psicologici precoci, esperienze relazionali positive e modelli educativi improntati al rispetto – può interrompere il ciclo intergenerazionale della violenza, favorendo percorsi di resilienza.

In ambito psicologico-forense, l’analisi della storia familiare e dei modelli relazionali interiorizzati assume un ruolo rilevante nella comprensione dei comportamenti violenti contro le donne cioè analizzare la storia familiare e le esperienze di violenza assistita consente di comprendere meglio le radici evolutive di determinati comportamenti aggressivi, senza tuttavia ridurre la responsabilità individuale dell’autore del reato. L’obiettivo di questa analisi non è giustificare la violenza, ma individuare i fattori di rischio che possono favorire la sua comparsa e, soprattutto, individuare possibili strategie di prevenzione.  Tale lettura non implica una giustificazione dell’atto, ma consente di inquadrarlo all’interno di un percorso evolutivo complesso, orientando la valutazione clinica e gli eventuali interventi trattamentali. La prospettiva psicologica contribuisce così a integrare la dimensione giuridica con una comprensione più articolata del funzionamento individuale, evidenziando l’importanza della prevenzione e dell’intervento precoce nei contesti di violenza domestica. Inoltre la letteratura criminologica contemporanea ha approfondito il concetto di trasmissione intergenerazionale del comportamento antisociale, mettendo in evidenza come il rischio di devianza non derivi unicamente da fattori genetici, ma soprattutto da modelli ambientali e relazionali. Bambini cresciuti in famiglie con genitori autori di reati presentano una probabilità significativamente più alta di sviluppare comportamenti delinquenziali rispetto ai coetanei, anche indipendentemente dal livello socioeconomico o dalle vulnerabilità individuali.

Questa trasmissione si articola attraverso diversi canali:

 1. Modellamento comportamentale – Il figlio osserva e imita le modalità di azione genitoriali, soprattutto in situazioni di conflitto o frustrazione.

2. Meccanismi di identificazione – Il bambino assorbe le caratteristiche del genitore (forza, aggressività, sfiducia nelle regole) come valori di riferimento.

3. Interiorizzazione di schemi relazionali disfunzionali – Le relazioni basate su paura, dominio e sottomissione diventano modelli operativi interni che si ripetono nelle relazioni future (Bowlby, 1988).

 4. Deprivazione affettiva e stress familiare cronico – La mancanza di figure alternative di riferimento impedisce la costruzione di strategie adattive diverse.

Tuttavia, è importante sottolineare che la presenza di un genitore criminale non determina inevitabilmente la reiterazione della condotta deviante. La trasmissione del modello è condizionata da variabili intermedie, come la disponibilità affettiva del caregiver non deviante, la presenza di figure di sostegno esterne e la capacità riflessiva del bambino.

Le ricerche sullo sviluppo resiliente mostrano che l’influenza del modello genitoriale può essere interrotta quando il minore ha accesso a relazioni riparative: insegnanti, educatori, parenti o terapeuti in grado di offrire esperienze emotive correttive. Questi legami permettono di differenziare l’immagine del sé da quella del genitore deviante, costruendo una nuova identità autonoma e prosociale.

Da un punto di vista preventivo e clinico, comprendere i meccanismi dell’emulazione è fondamentale per progettare programmi di parent training (percorso psicoeducativo rivolto ai genitori per l’acquisizione di pratiche e competenze volte a gestire comportamenti problematici dei figli) e interventi psicoeducativi familiari. Promuovere la consapevolezza genitoriale, sostenere le competenze emotive e offrire modelli alternativi di relazione rappresentano strategie efficaci per interrompere il ciclo della trasmissione della devianza e favorire lo sviluppo di una personalità autonoma e responsabile.

In sintesi, interrompere il ciclo della trasmissione della devianza richiede un intervento integrato che coinvolga famiglia, scuola e comunità, promuovendo relazioni educative positive, modelli di riferimento coerenti e opportunità concrete di crescita personale. Fondamentale è rafforzare le competenze emotive e sociali, sostenere l’autostima e il senso di autoefficacia, favorire il pensiero critico e la capacità di assumersi responsabilità. Solo attraverso un ambiente che unisca regole chiare, ascolto e sostegno, è possibile accompagnare l’individuo verso la costruzione di una personalità autonoma, consapevole e capace di scelte etiche e responsabili. Ed è questo l’impegno piu difficile che la famiglia e tutta la comunità devono farsi carico con l’ascolto attento ed esempi positivi.

e) Dalla disregolazione emotiva alle condotte a rischio

Uno degli effetti più pervasivi del trauma precoce è la disregolazione emotiva, definita come difficoltà a gestire, modulare e comprendere gli stati affettivi interni. Tale deficit organizza il comportamento, soprattutto in età adolescenziale, verso condotte impulsive e a rischio, volte a ridurre la sofferenza mediante l’azione.

Comportamenti come abuso di sostanze, autolesionismo, condotte sessuali disinibite, guida pericolosa o atti di violenza sono spesso espressioni comportamentali di emozioni intollerabili, quali rabbia, vergogna e impotenza . L’azione, in questo senso, diventa un linguaggio alternativo della mente traumatizzata, dove il corpo agisce ciò che la psiche non è in grado di rappresentare simbolicamente.

Dal punto di vista neurobiologico, la disregolazione emotiva è sostenuta da alterazioni nella connettività tra amigdala e corteccia prefrontale, con una ridotta capacità inibitoria sugli impulsi. Questa condizione aumenta il rischio di comportamenti antisociali e criminali, soprattutto quando il contesto familiare e sociale non fornisce modelli di contenimento adeguati.

Le ricerche sul trauma complesso evidenziano come la disregolazione emotiva sia parte di un insieme più vasto di alterazioni nel funzionamento del sé: disturbi dell’identità, distorsioni cognitive e pattern relazionali instabili. Questi elementi interagiscono generando vulnerabilità a condotte distruttive o devianze, specie nei contesti di marginalità e carenza di supporto.

f) Trauma complesso ed evolutivo

Il concetto di trauma complesso si riferisce a esperienze traumatiche prolungate, spesso avvenute in età evolutiva, in cui il bambino è sottoposto a minacce reiterate in contesti relazionali significativi. Quando l’ambiente che dovrebbe offrire protezione è invece fonte di paura o trascuratezza, le ferite psichiche diventano parte integrante dell’identità.

Il trauma complesso compromette i processi di sviluppo psicologico fondamentale – attaccamento, regolazione affettiva e costruzione del sé. Le conseguenze non si limitano all’insorgenza di sintomi post-traumatici, ma includono disturbi della personalità, scarsa tolleranza alla frustrazione, incapacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni e tendenza all’agito impulsivo.

Questa condizione, denominata anche trauma evolutivo altera la capacità del soggetto di riconoscersi come agente intenzionale. Il comportamento antisociale, in molte situazioni, rappresenta una risposta appresa a un ambiente caotico e minaccioso, più che una scelta cosciente di trasgressione.

In contesti clinici e penitenziari, la comprensione del legame tra trauma complesso e comportamento disadattivo apre la possibilità di interventi riparativi, centrati non sulla punizione, ma sul ripristino delle competenze emotive e relazionali. Trattamenti basati sull’attaccamento, la mentalizzazione e la terapia EMDR hanno mostrato efficacia nel ridurre la recidiva e aumentare la consapevolezza degli stati emotivi .

Considerazioni conclusive

Il percorso che conduce dal trauma infantile al comportamento antisociale può essere compreso come un continuum evolutivo di adattamento disfunzionale. L’incapacità di elaborare emozioni traumatiche, l’assenza di figure di attaccamento sicure e la prolungata esposizione a esperienze di umiliazione o negligenza creano terreno fertile per lo sviluppo di pattern relazionali aggressivi e difensivi.

La violenza o la trasgressione non sono dunque elementi innati, ma strategie di sopravvivenza strutturate sul fallimento della sicurezza emotiva e della fiducia.

Promuovere interventi precoci, che integrino la prospettiva trauma-informed ( approccio terapeutico che riconosce come l’esperienza traumatica influisce sul benessere mentale, il suo scopo è lo sviluppo di abilità e strategie che aiutano il soggetto a comprendere, affrontare e elaborare emozioni e ricordi legate alle

esperienze traumatiche) nei contesti educativi, familiari e penali, rappresenta oggi una priorità per prevenire la cronicizzazione del disagio e favorire processi reali di integrazione psico-affettiva e responsabile.

CAPITOLO 3 – TRAUMA, PERSONALITÀ E COMPORTAMENTO CRIMINALE

a) Comprendere il comportamento criminale

Comprendere il comportamento criminale implica considerarlo non come un evento isolato, ma come l’espressione di un processo evolutivo complesso, dove fattori biologici, psicologici e sociali interagiscono in modo dinamico.

Le moderne teorie della criminologia psicologica si discostano da un determinismo puramente ambientale o genetico, adottando un approccio multifattoriale e biopsicosociale. Tali modelli sottolineano che il comportamento deviante è il risultato di vulnerabilità individuali che entrano in contatto con esperienze di vita stressanti o traumatiche, amplificando i rischi di disregolazione emotiva e condotte impulsive.

Secondo la prospettiva ecologica dello sviluppo, il comportamento antisociale emerge dall’interazione tra il soggetto e i sistemi che lo circondano: famiglia, scuola, pari e contesto socioculturale. La disorganizzazione di questi livelli – abusività genitoriale, povertà affettiva, esclusione sociale — crea un terreno fertile per la formazione di pattern comportamentali disadattivi.Un esempio significativo riguarda i giovani cresciuti in contesti familiari violenti che, durante l’adolescenza, trovano nei gruppi devianti o nelle organizzazioni criminali un senso di appartenenza e riconoscimento che non hanno sperimentato nel nucleo familiare. In questi casi il comportamento criminale può assumere una funzione identitaria, offrendo al soggetto un ruolo sociale e una forma di potere simbolico.

Particolare attenzione merita anche il fenomeno della violenza nelle relazioni di coppia, spesso associato a esperienze infantili di violenza assistita o maltrattamento. L’individuo che ha interiorizzato modelli relazionali basati sull’aggressività può riprodurre tali dinamiche nelle relazioni affettive adulte, dando origine a comportamenti di controllo, gelosia patologica o violenza nei confronti della partner. In questo senso, la violenza contro le donne può essere interpretata, in alcuni casi, come l’esito di modelli comportamentali appresi e non rielaborati nel corso dello sviluppo.

Dal punto di vista psicologico-forense, l’analisi delle esperienze traumatiche infantili rappresenta quindi uno strumento fondamentale per comprendere le radici evolutive del comportamento criminale. Tale analisi consente di ricostruire la storia di vita dell’individuo, individuando i fattori di rischio che possono aver contribuito alla formazione della condotta deviante. Tuttavia, è importante sottolineare che questa prospettiva non mira a giustificare il comportamento criminale, ma a comprenderne la genesi al fine di orientare interventi di prevenzione e trattamento. In questa ottica, la domanda non è “perché una persona commette un reato”, ma “quali fattori di rischio e protezione contribuiscono alla sua traiettoria evolutiva” . La prospettiva psicotraumatologica integrata permette di vedere nella condotta criminale non solo una trasgressione, ma il tentativo, spesso fallimentare, di regolare stati interni di tensione, rabbia o vergogna derivanti da esperienze traumatiche non elaborate .

In conclusione, il comportamento criminale può essere interpretato, in alcuni casi, come l’esito di un percorso evolutivo segnato da esperienze traumatiche, modelli relazionali disfunzionali e carenze educative. Comprendere tali dinamiche permette alla psicologia, in ambito forense, di offrire una lettura più ampia e articolata del fenomeno criminale, contribuendo non solo alla valutazione del comportamento deviante, ma anche alla progettazione di strategie di prevenzione volte a interrompere il ciclo della violenza e della devianza nelle generazioni future. In questa ottica, la domanda non è “perché una persona commette un reato”, ma “quali fattori di rischio e protezione contribuiscono alla sua traiettoria evolutiva”.

b) Il trauma come fattore di rischio, non come causa unica

Numerosi studi evidenziano l’elevata prevalenza di esperienze traumatiche tra i soggetti autori di reato, in particolare tra i giovani adulti e gli individui con disturbi di personalità. Tuttavia, è cruciale sottolineare che il trauma non costituisce di per sé una causa diretta del comportamento criminale, ma un fattore di rischio aspecifico che, in combinazione con altre variabili, può favorire l’insorgenza di condotte devianti.

Il trauma può compromettere la regolazione delle emozioni e il controllo degli impulsi, ma il passaggio all’atto dipende da molteplici dimensioni: predisposizioni temperamentali, fattori neurobiologici, modelli educativi, appartenenza sociale e opportunità di coping adattivo.

Ad esempio, un individuo con pregressi abusi, ma inserito in un contesto di supporto affettivo e terapeutico, può sviluppare resilienza e interiorizzare strategie di autoregolazione, evitando esiti antisociali. Al contrario, chi vive in ambienti caratterizzati da scarsa coesione familiare, modelli devianti o carenza educativa può canalizzare la sofferenza in modalità di agito distruttive.

Il trauma, quindi, non spiega tutto, ma predispone: agisce come “ferita relazionale” che rende il soggetto più vulnerabile alle disfunzioni della regolazione emotiva e della moralità empatica .

c) Meccanismi psicologici di mediazione

  • Impulsività

L’impulsività rappresenta uno dei principali mediatori psicologici tra trauma e comportamento antisociale. Essa si manifesta come incapacità di ritardare le gratificazioni o di valutare le conseguenze delle proprie azioni .

Le esperienze traumatiche precoci possono interferire con lo sviluppo delle funzioni esecutive e della corteccia prefrontale, riducendo la capacità inibitoria dell’individuo. Come risultato, la persona tende ad agire gli impulsi in modo immediato per scaricare la tensione interna.

Nei giovani cresciuti in ambienti violenti, l’impulsività diventa spesso una reazione difensiva: l’agire anticipa la minaccia, costituendo una strategia di sopravvivenza mutata in comportamento antisociale.

  • Aggressività

L’aggressività, reattiva o proattiva, è spesso il linguaggio di un sistema affettivo dominato dalla paura e dalla rabbia non elaborate. In molti individui traumatizzati, l’aggressione costituisce un tentativo di ristabilire controllo dopo esperienze di impotenza cronica. Il trauma precoce altera il sistema neuroendocrino dello stress, favorendo uno stato di iperarousal che predispone a scatti di rabbia e comportamenti violenti. Dal punto di vista psicodinamico, si può osservare una identificazione con l’aggressore, in cui la persona traumatizzata riproduce le modalità di dominio e sopraffazione precedentemente subite, diventando essa stessa fonte di minaccia per gli altri.

Nella traiettoria antisociale, l’aggressività non deriva tanto da “cattiveria”, quanto da mancanza di alfabetizzazione emotiva e dall’impossibilità di tollerare la vulnerabilità.

  • Deficit empatici

L’empatia è una competenza complessa che integra componenti affettive e cognitive. Nei soggetti che hanno vissuto traumi relazionali, vi è spesso un deficit empatico selettivo: la percezione della sofferenza altrui viene annullata o distorta .

Tale deficit può derivare da due meccanismi principali:

 1. Difensivo – evitare di sintonizzarsi con la sofferenza propria o altrui per proteggersi da emozioni intollerabili;

 2. Neurobiologico – alterazioni nei circuiti del sistema specchio e nella corteccia orbito-frontale riducono l’elaborazione empatica.

La conseguenza è la difficoltà a riconoscere l’altro come soggetto dotato di mente, con l’emergere di comportamenti manipolatori, freddi o crudeli, caratteristici dei disturbi antisociali di personalità. Tuttavia, studi recenti mostrano che la competenza empatica può essere riattivata attraverso interventi psicoterapeutici orientati alla mentalizzazione e all’attaccamento.

  • Difficoltà relazionali

Le esperienze di abuso e trascuratezza compromettono lo sviluppo della fiducia di base e inducono la percezione che le relazioni siano pericolose o inconcludenti (Bowlby, 1988). Ciò genera pattern relazionali basati sull’evitamento, sul controllo o sulla sottomissione.

Molti autori di reato mostrano storie di relazioni traumatiche, caratterizzate da rifiuto o instabilità. La difficoltà nel costruire legami autentici porta alla formazione di un senso di isolamento e alienazione sociale, terreno su cui si innestano rabbia, disvalore e bisogno di dominio .

Tali individui tendono a interpretare i comportamenti altrui come minacciosi (bias ostile di attribuzione) e reagiscono con aggressività o chiusura. Il comportamento antisociale diventa, in questo senso, una forma di comunicazione primitiva volta a riaffermare la propria esistenza attraverso la violazione delle regole.

d) Valutazione del danno psichico e strumenti diagnostici

La valutazione del danno psichico conseguente a esperienze traumatiche o a condotte antisociali assume un ruolo cruciale sia in ambito clinico che forense. Essa mira a identificare il nesso tra l’evento traumatico e le compromissioni della sfera emotiva, cognitiva e relazionale del soggetto.

All’interno delle perizie psicologico-forensi, vengono impiegati strumenti standardizzati per misurare l’impatto del trauma e valutare la presenza di disturbi correlati, quali:

  • Clinician-Administered  PTSD Scale (CAPS) per la diagnosi del disturbo post-traumatico da stress;
  • Millon Clinical Multiaxial Inventory-III (MCMI-III) e Personality Assessment Inventory (PAI) per la valutazione dei disturbi di personalità;
  • Barratt Impulsiveness Scale (BIS-11) per misurare i livelli di impulsività (Patton et al., 1995);

Psychopathy Checklist-Revised (PCL-R) per stimare la presenza di tratti psicopatici (Hare, 2003).

Inoltre, l’approccio qualitativo — attraverso interviste cliniche semi-strutturate come la SCID-D per i disturbi dissociativi o la Adult Attachment Interview (AAI) — consente di indagare la storia relazionale del soggetto e la coerenza narrativa, elementi centrali nella comprensione del danno psichico evolutivo.

Nella prospettiva terapeutica e valutativa, è fondamentale distinguere tra trauma subito e trauma agito: molti autori di reato sono stati essi stessi vittime di violenza, ma non tutti sviluppano strutture di personalità patologiche o tendenze antisociali. La valutazione deve pertanto essere dinamica, contestuale e orientata alla possibilità di cambiamento.

e) Percorsi evolutivi possibili: perché non tutti diventano autori di reato

Nonostante l’elevata incidenza di esperienze traumatiche tra individui antisociali, è altrettanto vero che la maggior parte delle persone traumatizzate non diventa criminale. Ciò dipende dal ruolo dei fattori di protezione e dei processi di resilienza.

Tra gli elementi protettivi più rilevanti figurano:

  • la presenza di almeno una figura affettiva stabile e sicura;
  • l’inserimento in contesti educativi e sociali strutturati;
  • la mentalizzazione e la capacità riflessiva di comprendere i propri e altrui stati mentali;
  • interventi psicoterapeutici precoci e continui.

La resilienza non implica negazione del trauma, ma la sua integrazione in una narrazione di senso, capace di trasformarela ferita in una risorsa.

Gli studi sullo sviluppo morale suggeriscono che l’interiorizzazione di regole prosociali richiede un ambiente empatico e coerente, nel quale l’autorità non venga percepita come minaccia ma come guida.

Questo spiega perché due individui con esperienze traumatiche simili possono avere esiti radicalmente diversi: la differenza risiede nei contesti relazionali di recupero, nell’accesso al sostegno psicologico e nelle caratteristiche individuali di autorganizzazione.

Promuovere interventi di tipo trauma-informed nelle carceri, nei servizi minorili e nelle comunità terapeutiche può favorire percorsi di riconciliazione con la propria storia, prevenendo la recidiva e sostenendo la trasformazione del comportamento distruttivo in esperienza riparativa.

Considerazioni conclusive

La relazione tra trauma e comportamento criminale non è mai lineare né deterministica. Comprendere il fenomeno richiede superare la visione moralistica della devianza per riconoscerla come manifestazione di un’aritmia affettiva e relazionale radicata nella storia evolutiva dell’individuo.

Il trauma si configura come terreno vulnerabile su cui possono innestarsi dinamiche di disregolazione, ma la traiettoria esistenziale di ciascun soggetto dipende dal dialogo tra trauma, risorse e possibilità di elaborazione. Solo un approccio integrato – clinico, educativo e sociale – può contenere la spirale che dal dolore conduce alla violenza, restituendo dignità e senso all’esperienza umana dietro la trasgressione.

CASI CLINICO – FORENSI

L’analisi dei casi clinico-forensi rappresenta un metodo privilegiato per osservare in concreto le dinamiche che connettono trauma infantile, sviluppo di personalità patologiche e agito criminale.

Lo studio dei casi reali consente di superare la dimensione teorica e di comprendere la violenza come esito di processi psichici disfunzionali originati da esperienze precoci di trauma relazionale, affettivo o identitario.

In ambito psicologico-forense, l’omicidio intrafamiliare non è solo un atto antisociale, ma un acting-out traumatico:  una risposta estrema all’impossibilità di simbolizzare e mentalizzare la sofferenza cioè una espressione impulsiva e inconsapevole di vissuti emotivi dolorosi, conflitti interni o memorie traumatiche irrisolte attraverso agiti comportamentali anzichè parole.

Quando la mente, per fragilità o per danno evolutivo, non riesce a rappresentare il dolore interno, l’esperienza traumatica può tradursi in azione distruttiva.

In questo capitolo vengono analizzati tre casi giudiziari italiani emblematici, distinti per epoca e quadro psicopatologico, ma accomunati da un medesimo nucleo clinico: la presenza di un trauma originario, spesso non riconosciuto né elaborato, alla base del comportamento criminale.

 Caso 1 – Ferdinando Carretta (1989): la psicosi come rottura del trauma coercitivo familiare

Profilo del soggetto

Ferdinando Carretta, nato nel 1961, vive a Parma in una famiglia apparentemente normale ma con un padre autoritario e oppressivo.

Il contesto è caratterizzato da chiusura emotiva e rigidità morale, con forte controllo paterno e scarsa espressione affettiva.

Storia traumatica

L’adolescenza è segnata da vissuti di paura e impotenza, aggravati dall’impossibilità di ribellarsi senza colpa.
Anni di conflitti silenziosi e coercizione affettiva alimentano una scissione psichica tra desiderio di autonomia e sottomissione al potere familiare.

Comportamento criminale

Nel 1989 uccide i genitori e il fratello. Fugge in Inghilterra e vive per dieci anni sotto falsa identità, fino alla confessione televisiva nel 1998.

Il delitto non mostra motivazione materiale, ma un chiaro significato simbolico: eliminare la persecuzione interna incarnata dal padre.

Lettura psicologico–forense

La perizia (Corte d’Assise di Parma, 2000) evidenzia un quadro di disturbo psicotico a contenuto paranoide,

 con elementi di disorganizzazione del pensiero e deliri familiari.
In chiave psicotraumatologica, il comportamento di Carretta può essere inteso come un tentativo di sopravvivenza psichica: l’omicidio diventa la “liberazione” dalla struttura coercitiva interiorizzata.

 Fonti:

  • De Leo, G. (2011). Psicologia e criminalità. Il Mulino.
  • Corte d’Assise di Parma (2000). Perizia psichiatrica sul caso Carretta.

 Caso 2 – Pietro Maso (1991): il trauma narcisistico e la negazione del Sé familiare

Profilo del soggetto

Pietro Maso, ventenne al momento dei fatti, cresce in una famiglia apparentemente ordinata ma dominata da rigide regole, controllo e assenza di riconoscimento emotivo.

Fin dall’adolescenza mostra tratti di immaturità affettiva, impulsività e persistente bisogno di approvazione, mascherati da atteggiamenti di sfida e autosufficienza.

Storia traumatica

Sebbene non emerga nella sua storia un trauma manifesto, la psicodinamica del suo comportamento rivela un trauma narcisistico cumulativo (Kohut, 1971).

L’assenza di validazione affettiva e la svalutazione genitoriale costante hanno generato un Sé fragile, compensato da fantasie grandiose e comportamenti onnipotenti.

Comportamento criminale

Nel 1991 organizza l’omicidio dei genitori, con l’aiuto di alcuni amici, per appropriarsi dell’eredità.
L’omicidio, in realtà, ha un valore simbolico: rappresenta la distruzione dell’autorità interiorizzata che lo imprigionava nella dipendenza affettiva.

Lettura psicologico–forense

La perizia (Corte d’Assise di Verona, 1993) parla di disturbo di personalità narcisistico con tratti antisociali.
L’atto omicida è un tentativo estremo di individuazione distruttiva: l’unico modo che il soggetto trova per affermare un Sé separato da quello dei genitori.

 Fonti:

  • De Leo, G. (2012). Criminologia applicata. Il Mulino.
  • Corte d’Assise di Verona (1993). Relazione peritale nel caso Maso.

 Caso 3 – Alessandro Impagnatiello (2023): la fragilità narcisistica e il crollo del Sé relazionale

Profilo del soggetto

Alessandro Impagnatiello, trentenne, barman milanese, autore dell’omicidio della compagna Giulia Tramontano, incinta di sette mesi (maggio 2023).

L’immagine pubblica di uomo affascinante e perfettamente adattato contrasta con una profonda inconsistenza identitaria e insicurezza affettiva.

Storia traumatica

    Caso  Tipo di traumaStruttura di personalitàTipo di agito
P. MasoTrauma narcisistico (invalidazione affettiva)Narcisistica–AntisocialeAffermativo/Simbolico
A. ImpagnatielloTrauma identitario–relazionaleNarcisistica–BorderlineDissociativo–Reattivo
F. CarrettaTrauma coercitivo–familiarePsicoticizzata–ParanoideDistruttivo–Liberatorio

La biografia non evidenzia abusi, ma presenta chiari segni di trauma identitario ed emotivo precoce.
Fin dall’adolescenza, il bisogno di essere amato e approvato evolve in dipendenza dall’immagine sociale e affettiva.
Le dinamiche relazionali disfunzionali (menzogne, doppia vita, difficoltà nel sostenere ruoli affettivi complessi) creano una frattura tra Sé ideale e Sé reale.

Quando la realtà affettiva (la gravidanza, la convivenza, la responsabilità) diventa insostenibile, il Sé grandioso collassa.

Comportamento criminale

L’omicidio, avvenuto dopo un litigio, è seguito da tentativi di occultamento e negazione.
L’atto non nasce da impulso sadico, ma da un crollo del sistema narcisistico: la partner incinta incarna l’immagine del fallimento e del limite.

Lettura psicologico–forense

Le analisi peritali (Corte d’Assise di Milano, 2024) rilevano un disturbo narcisistico di personalità con tratti borderline, e una condizione di intensa disregolazione affettiva.

Il gesto omicida è un acting-out di difesa dalla vergogna e dall’impotenza emotiva.
In termini psicotraumatologici, l’atto esprime la distruzione dell’oggetto d’amore come negazione del Sé ferito: eliminando la madre del proprio figlio, elimina la parte fragile e colpevole di sé.

Fonti:

Corte d’Assise di Milano (2024). Relazione peritale su A. Impagnatiello.

  • Kohut, H. (1971). The Analysis of the Self.University of Chicago Press.
  • McWilliams, N. (2011). La personalità narcisistica. Cortina Editore.
  • Vittori, M., & Giannini, M. (2023). Femminicidio e narcisismo patologico. FrancoAngeli.

4.5. Analisi comparativa e riflessioni conclusive

L’analisi dei tre casi mostra come la radice traumatica del comportamento criminale possa assumere forme diverse a seconda del livello di funzionamento psichico del soggetto.

In tutti, l’incapacità di mentalizzare l’esperienza emotiva e di trasformare il dolore in parola porta alla somatizzazione psichica e all’atto criminale.

Secondo la prospettiva di Fonagy (2002), dove la funzione riflessiva è compromessa, l’esperienza traumatica diventa “non pensabile” e tende a riesprimersi in forma comportamentale.

Da un punto di vista forense, il trauma non giustifica il crimine, ma ne esplicita la genesi psicologica: riconoscerlo significa comprendere la catena che lega sofferenza e violenza, vittimizzazione e colpa.

In chiave clinica, ogni caso conferma il principio che “l’atto estremo è spesso un linguaggio del trauma.”
L’intervento psicologico–forense ha quindi il compito di tradurre l’azione in narrazione, restituendo significato a ciò che, nel trauma, si era spezzato tra emozione e pensiero.

Sintesi conclusiva

I casi Maso, Impagnatiello e Carretta, pur appartenendo a contesti storici e sociali differenti, delineano una traiettoria comune:

l’incontro mancato con l’altro e la conseguente esplosione del Sé ferito.

Dal trauma invisibile dell’invalidazione al collasso identitario, dalla coercizione all’autodistruzione, ogni storia mostra che la violenza nasce laddove l’empatia è assente.

In ambito forense, comprendere il trauma non significa giustificare, ma riconoscere le radici psichiche della devianza per prevenire la ripetizione del dolore.

CAPITOLO 5 – IL PUNTO DI VISTA PSICOLOGICO-FORENSE

  1. La prospettiva psicologico-forense nello studio del comportamento criminale

La psicologia forense rappresenta un ambito interdisciplinare che integra conoscenze provenienti dalla psicologia clinica, dalla criminologia e dal diritto, con l’obiettivo di comprendere i processi psicologici sottesi ai comportamenti penalmente rilevanti. In questa prospettiva, il comportamento criminale non viene analizzato esclusivamente come violazione della norma giuridica, ma anche come espressione di dinamiche psicologiche complesse che si sviluppano nel corso della storia evolutiva dell’individuo. All’interno di questo quadro, lo studio del trauma infantile assume un ruolo particolarmente rilevante: le esperienze traumatiche precoci, infatti, possono influenzare profondamente lo sviluppo della personalità, dei modelli relazionali e delle capacità di regolazione emotiva, elementi che in alcuni casi possono contribuire alla comparsa di comportamenti antisociali o criminali.

  • La ricostruzione della storia evolutiva del soggetto

Uno degli elementi centrali dell’approccio psicologico-forense consiste nella ricostruzione della storia evolutiva dell’individuo autore di reato. Attraverso l’analisi della biografia personale, delle relazioni familiari e delle esperienze di vita significative, lo psicologo forense cerca di individuare i fattori che possono aver contribuito alla strutturazione di specifiche modalità di funzionamento psicologico. In questo contesto, l’identificazione di esperienze infantili avverse – quali abuso, trascuratezza, violenza domestica o grave instabilità familiare – rappresenta un passaggio fondamentale per comprendere come determinate vulnerabilità psicologiche possano essersi sviluppate nel tempo. La presenza di tali esperienze non determina automaticamente la commissione di un reato, ma può costituire un importante fattore di rischio nello sviluppo di condotte antisociali.

  • Trauma infantile e sviluppo di vulnerabilità psicologiche

Dal punto di vista clinico-forense, il trauma infantile può essere considerato un fattore in grado di interferire con alcuni processi fondamentali dello sviluppo psicologico. Tra questi assumono particolare importanza la regolazione delle emozioni, la capacità empatica e la costruzione di modelli di attaccamento sicuri. L’esposizione prolungata a contesti di abuso o trascuratezza può determinare difficoltà nel riconoscimento e nella gestione degli stati emotivi, favorendo la comparsa di comportamenti impulsivi, aggressivi o oppositivi. Inoltre, l’assenza di relazioni di attaccamento stabili può compromettere lo sviluppo della fiducia nelle relazioni interpersonali, portando l’individuo a interpretare gli altri come potenziali minacce o come oggetti da controllare.

Queste vulnerabilità, se associate ad altri fattori di rischio ambientali o sociali, possono contribuire alla formazione di pattern comportamentali antisociali.

  • Il ruolo della valutazione psicologico-forense

Nel contesto giudiziario, la psicologia forense assume un ruolo centrale nella valutazione delle condizioni psicologiche dell’imputato. Attraverso strumenti clinici, test psicodiagnostici e colloqui approfonditi, lo specialista è chiamato a esaminare il funzionamento cognitivo, emotivo e relazionale del soggetto. In questo processo, la ricostruzione della storia traumatica può fornire informazioni rilevanti per comprendere le dinamiche psicologiche che hanno preceduto il comportamento criminale. L’analisi delle esperienze infantili consente infatti di contestualizzare il reato all’interno del percorso di sviluppo dell’individuo, offrendo elementi utili per interpretare le modalità con cui il soggetto percepisce sé stesso, gli altri e il mondo sociale.

  • Trauma e responsabilità penale

È importante sottolineare che, in ambito psicologico-forense, la presenza di traumi infantili non viene interpretata come una giustificazione del comportamento criminale. Il sistema giuridico si fonda sul principio della responsabilità individuale, e la valutazione peritale deve sempre distinguere tra fattori esplicativi e criteri giuridici di imputabilità. Tuttavia, la comprensione delle esperienze traumatiche può contribuire a una lettura più approfondita della personalità dell’imputato e delle sue modalità di funzionamento psicologico. In alcuni casi, tali informazioni possono essere rilevanti nella valutazione della capacità di intendere e di volere, della pericolosità sociale o delle condizioni che hanno influenzato il comportamento al momento del reato.

  • La valutazione del rischio di recidiva

Un ulteriore ambito di applicazione della psicologia forense riguarda la valutazione del rischio di recidiva. La conoscenza dei fattori di rischio e di protezione presenti nella storia dell’individuo consente di formulare ipotesi sul possibile comportamento futuro. Le esperienze traumatiche infantili possono essere associate a una maggiore probabilità di comportamenti aggressivi antisociali,alti livelli di impulsività soprattutto quando sono accompagnate da difficoltà nella regolazione emotiva, abuso di sostanze o contesti sociali disfunzionali e modalità relazionali caratterizzate da sfiducia e aggressività. Tuttavia, la presenza di interventi terapeutici adeguati, relazioni di supporto e percorsi riabilitativi può ridurre significativamente il rischio di reiterazione del comportamento criminale.

  • Implicazioni per la prevenzione e il trattamento

La prospettiva psicologico-forense evidenzia l’importanza di considerare il trauma infantile anche in termini di prevenzione e trattamento. L’identificazione precoce delle situazioni di abuso e trascuratezza rappresenta un elemento fondamentale per prevenire lo sviluppo di traiettorie di devianza. Allo stesso tempo, nei contesti giudiziari e penitenziari diventa sempre più rilevante l’adozione di approcci terapeutici orientati al trauma, che permettano agli individui autori di reato di elaborare le esperienze traumatiche e sviluppare modalità più adattive di gestione delle emozioni e delle relazioni. L’approccio trauma-informed ( terapia focalizzata sul trauma che sviluppa abilità e strategie per aiutare il soggetto a comprendere, affrontare, elaborare le emozioni e i ricordi legati alle esperienze traumatiche,) importante nei contesti giudiziari e penitenziari, risulta essenziale nella gestione del comportamento deviante e nella rielaborazione delle esperienze traumatiche che possono aver contribuito alla sua genesi. Attraverso un approccio compilativo e integrato il lavoro mira a:

  • Esaminare le principali tipologie di trauma infantile( abuso, trascuratezza, violenza, maltrattamento) e i loro effetti sullo sviluppo psicologico
  • Analizzare i meccanismi psicologici attraverso cui il trauma puo’ incidere sul comportamento ( attaccamento,empatia, impulsività)
  • Evidenziare i fattori di rischio e protezione che mediano il rapporto tra trauma e comportamento criminale
  • Intervento dello psicologo nella valutazione clinica dei soggetti con storia traumatica in contesti forensi

Considerazioni conclusive

Il punto di vista psicologico-forense offre una prospettiva integrata per comprendere il rapporto tra trauma infantile e comportamento criminale. Attraverso l’analisi della storia evolutiva dell’individuo e dei processi psicologici che ne hanno influenzato lo sviluppo, questa disciplina consente di interpretare il comportamento deviante all’interno di un quadro più ampio e complesso. Una tale prospettiva non mira a giustificare il reato, ma a comprendere i fattori che possono aver contribuito alla sua genesi, favorendo allo stesso tempo lo sviluppo di interventi preventivi, valutativi e riabilitativi più efficaci.

CAPITOLO 5 –  PREVENZIONE E INTERVENTO PSICOLOGICO

a) Intervento precoce, prevenzione del disagio e delle condotte devianti

La letteratura scientifica concorda nel riconoscere che le esperienze avverse infantili (ACE) costituiscono importanti predittori di disturbi mentali, condotte devianti e problemi di adattamento sociale. In tale prospettiva, l’intervento precoce e la prevenzione rappresentano strumenti fondamentali per interrompere la trasmissione intergenerazionale del trauma e del disagio comportamentale.

Intervenire tempestivamente significa identificare i segnali di rischio prima che essi si cristallizzino in pattern comportamentali o relazionali disfunzionali. Ciò implica un approccio multidisciplinare, basato sulla collaborazione tra scuola, servizi sociali, famiglie e operatori della salute mentale.

Secondo il modello ecologico-sistemico, la prevenzione efficace deve agire su più livelli:

  • Microsistema, rafforzando i legami genitori–figli e promuovendo competenze genitoriali;
  • Mesosistema, formando insegnanti e educatori alla lettura dei segnali di trauma e disagio;
  • Esosistema e macrosistema, promuovendo politiche sociali inclusive e programmi di supporto alle famiglie vulnerabili.

Gli interventi di prevenzione secondaria e terziaria (rivolti a bambini e adolescenti già esposti a esperienze traumatiche o comportamenti devianti) pongono al centro la costruzione di un attaccamento sicuro e la regolazione emotiva come obiettivi terapeutici primari.

L’integrazione di programmi come il Trauma-Informed Care nelle scuole e nei contesti sociali consente agli operatori di riconoscere i segnali di trauma e di evitare risposte punitive che rischiano di rinforzare il ciclo della colpa e del fallimento.

In sintesi, la prevenzione del disagio non può limitarsi all’intervento sul comportamento deviante visibile, ma deve affrontare le radici relazionali ed emotive da cui esso origina, promuovendo un approccio evolutivo, empatico e riparativo.

b)Terapie e sostegno psicologico

Le moderne terapie orientate al trauma si fondano sull’assunto che la guarigione psicologica derivi dalla rielaborazione emotiva e cognitiva dei ricordi traumatici e dal ripristino della capacità di autoregolazione .
Gli interventi si basano su evidenze neurobiologiche circa la plasticità cerebrale e sul ruolo del corpo e delle relazioni nel processo di integrazione .

Tra le metodiche principali impiegate nel trattamento del trauma complesso e della disregolazione comportamentale troviamo:

  • EMDR (Eye Movemnt Desensitization and Reprocessing)

Il protocollo EMDR, sviluppato da Francine Shapiro (1989; 2017), è una forma di psicoterapia evidence-based riconosciuta dall’OMS e dall’APA per il trattamento del disturbo post-traumatico da stress (PTSD) e di altri esiti traumatici.

Secondo il modello di Elaborazione Adattiva dell’Informazione (AIP), il trauma resta “congelato” nella memoria in forma disfunzionale, insieme alle emozioni, percezioni e credenze negative associate. I movimenti oculari bilaterali o altre forme di stimolazione alternata (uditiva o tattile) facilitano la riattivazione e rielaborazione della traccia mnestica, favorendo una più equilibrata integrazione neuronale.

Nei soggetti con esperienza di abuso, violenza o comportamento antisociale, l’EMDR si concentra sul potenziamento delle risorse interne, sull’identificazione dei “ricordi target” e sulla riduzione della reattività post-traumatica. Studi clinici mostrano miglioramenti significativi nella regolazione emotiva, nel controllo degli impulsi e nella diminuzione della rabbia (Capezzani et al., 2013).

L’EMDR può inoltre essere applicato in contesti penitenziari come intervento di reintegrazione, riducendo la sintomatologia traumatica e favorendo l’emergere di empatia verso se stessi e le vittime (Carletto et al., 2016).

  • DBT (Dialectical BehaviorTherapy)

La Terapia Dialettico-Comportamentale (DBT), sviluppata da Linehan (1993), nasce per il trattamento del disturbo borderline di personalità e dei quadri caratterizzati da disregolazione emotiva e comportamenti impulsivi o autolesivi.

Il modello DBT integra principi comportamentali con la consapevolezza mindfulness e una visione dialettica che accoglie contemporaneamente accettazione e cambiamento. Gli obiettivi principali sono:

  • sviluppare un sistema di regolazione emotiva funzionale;
  • aumentare la tolleranza alla frustrazione e allo stress;
  • potenziare le abilità interpersonali e di problem solving.

Nell’ambito del trauma complesso e della devianza, la DBT si è dimostrata efficace nel ridurre i comportamenti a rischio e la violenza impulsiva.

La sua applicazione nei contesti forensi consente di affrontare la disregolazione affettiva che sottende molti comportamenti antisociali, promuovendo autoconsapevolezza e controllo in situazioni di alta attivazione.

La componente di skills training (in gruppo o individuale) aiuta i soggetti a sperimentare nuove modalità di gestione delle emozioni e a interiorizzare esperienze di regolazione co-costruite, in sostituzione delle precedenti strategie di fuga o aggressione.

  • Terapia cognitiva del trauma complesso

La Terapia Cognitiva del Trauma Complesso (Cognitive Processing Therapy; CPT) e i modelli integrativi per il trauma evolutivo  si focalizzano sulla rielaborazione cognitiva delle credenze disfunzionali associate alle esperienze traumatiche.

L’obiettivo è modificare la rappresentazione interna di sé e del mondo, passando da pensieri di colpa o impotenza a una visione più integrata e responsabile.

Nel trauma complesso, i processi cognitivi sono spesso rigidi e negativi (“non valgo”, “non mi posso fidare”, “nessuno mi aiuterà”). L’intervento mira a sviluppare schemi cognitivi più realistici e flessibili, favorendo il senso di controllo e competenza personale.

Gli interventi di tipo phase-oriented  prevedono:

  1. stabilizzazione e sicurezza;
  2. elaborazione dei ricordi traumatici;
  3. reintegrazione e crescita post-traumatica.

Nelle popolazioni deviate, questi approcci hanno mostrato riduzione della rabbia, miglioramento del giudizio morale e aumento della capacità riflessiva, centrando il focus terapeutico sulla responsabilità personale come forma di riparazione.

  • Implicazioni cliniche e sociali

Il trattamento del trauma e della devianza presenta profonde implicazioni cliniche e sociali, poiché non riguarda solo la cura dell’individuo ma la salute collettiva e la coesione comunitaria.

A livello clinico, l’adozione di approcci trauma-informed consente agli operatori di evitare la cosiddetta retraumatizzazione istituzionale — situazioni in cui regole rigide, coercizione o punizioni riattivano le ferite originarie del soggetto. In contesti forensi o di comunità si richiede un assetto terapeutico che integri sicurezza, fiducia e coerenza relazionale.

Sul piano sociale, la consapevolezza del trauma come determinante di salute pubblica suggerisce la necessità di interventi di politica sanitaria e educativa orientati alla prevenzione, al sostegno delle famiglie vulnerabili e alla promozione della genitorialità consapevole .

La collaborazione tra psicologi, assistenti sociali, educatori e istituzioni penitenziarie rappresenta un’opportunità per costruire reti territoriali di intervento, capaci di accompagnare i soggetti verso percorsi di cambiamento reale.

La rieducazione diventa così una componente terapeutica: il lavoro sull’empatia, la consapevolezza e la riparazione sociale sono strumenti di reintegrazione e non semplicemente di contenimento.

d) Funzione riparativa e rieducativa

La funzione rieducativa e riparativa del trattamento psicologico nei contesti di devianza si fonda sul principio che ogni comportamento disadattivo rappresenti una risposta appresa, potenzialmente modificabile attraverso nuove esperienze relazionali significanti.

La rieducazione, intesa in senso psicologico, non si limita all’apprendimento di regole o alla riduzione del rischio di recidiva, ma mira a ricostruire l’identità del soggetto. Interventi centrati sulla responsabilità emotiva e sulla mentalizzazione consentono all’individuo di:

  • riconoscere il legame tra il proprio agito e il proprio vissuto;
  • elaborare il danno arrecato a sé e agli altri;
  • sviluppare capacità empatiche e riflessive;
  • costruire una nuova narrazione di sé compatibile con la vita sociale.

Il paradigma della giustizia riparativasi inserisce in questa cornice: attraverso il dialogo, la mediazione e il riconoscimento reciproco, la vittima e l’autore del reato possono sperimentare forme di riconciliazione simbolica e reinclusione nella comunità.

In prospettiva terapeutica, il processo riparativo si configura come cura relazionale reciproca, in cui comprendere il danno diventa il primo passo per “riparare” anche la parte lesa del sé. Tale approccio, supportato da percorsi psicologici e sociali integrati, rappresenta non solo un intervento clinico, ma un atto di civiltà che restituisce dignità e autonomia all’individuo.

Considerazioni conclusive

Il presente lavoro ha approfondito il rapporto tra trauma infantile e sviluppo del comportamento criminale attraverso una prospettiva clinica, con l’obiettivo di valorizzare il contributo specifico dello psicologo in ambito psicologico-forense. Dall’analisi della letteratura emerge come le esperienze traumatiche precoci possano incidere significativamente sullo sviluppo emotivo, relazionale e comportamentale dell’individuo, senza tuttavia configurarsi come fattori deterministici o sufficienti a spiegare, da soli, l’insorgenza di condotte criminali.

Il trauma infantile si colloca piuttosto all’interno di un sistema complesso di variabili che comprendono fattori individuali, familiari e sociali. In tale prospettiva, la psicologia clinica consente di leggere il comportamento criminale non come esito inevitabile di un’esperienza traumatica, ma come il risultato di percorsi evolutivi differenziati, nei quali assumono un ruolo centrale anche i fattori di protezione e le risorse personali.

In ambito psicologico-forense, la comprensione del trauma infantile riveste una particolare importanza nella valutazione clinica dei soggetti autori di reato, contribuendo a una lettura più articolata del funzionamento psicologico e dei bisogni di trattamento. Il ruolo dello psicologo si configura pertanto come fondamentale nel favorire una comprensione che tenga conto della storia di vita del soggetto, nel rispetto dei limiti metodologici ed etici della professione.

Un’attenzione specifica al trauma infantile risulta inoltre rilevante in ottica preventiva. L’individuazione precoce delle situazioni di rischio e l’attivazione di interventi psicologici adeguati possono contribuire a ridurre la probabilità di esiti disfunzionali nel corso dello sviluppo, sottolineando il valore della prevenzione come ambito privilegiato dell’intervento psicologico.

Il presente lavoro, di natura compilativa, presenta alcuni limiti legati all’assenza di dati empirici diretti; tuttavia, esso intende offrire una riflessione teorico-clinica utile a inquadrare il tema e a stimolare ulteriori approfondimenti. Futuri sviluppi potrebbero prevedere studi empirici o applicativi volti ad analizzare più approfonditamente il ruolo del trauma infantile nei percorsi di devianza e criminalità, nonché l’efficacia degli interventi psicologici in ambito preventivo e trattamentale.

In conclusione, la comprensione del trauma infantile rappresenta una risorsa fondamentale per lo psicologo chiamato a operare in contesti criminologici e forensi, nella consapevolezza che solo uno sguardo clinico attento, eticamente orientato e integrato può contribuire a una lettura più completa e responsabile del comportamento umano.

Il trattamento del trauma e la prevenzione delle condotte devianti non possono essere confinati all’ambito terapeutico individuale. Essi richiedono una visione sistemica, capace di unire interventi clinici, educativi e politici.

La rielaborazione del trauma attraverso metodiche come EMDR, DBT e terapie cognitive integrate offre oggi strumenti concreti per stimolare la neuroplasticità e ricostruire una regolazione emotiva stabile. Parallelamente, la dimensione sociale e riparativa del cambiamento garantisce che la cura non sia solo un processo clinico, ma un atto di responsabilità collettiva verso la prevenzione della sofferenza e la promozione di comunità più consapevoli e sicure.

Il percorso di cura del sé traumatizzato, quando sostenuto da un contesto accogliente e da relazioni autentiche, può tradursi in un autentico cammino di rinascita, in cui la memoria del dolore diventa fondamento di crescita personale e solidarietà umana.

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IT – Pubblicazione N° 01 del 26/09/2026

The Mediterranean Journal of Surgery, Medicine and Forensic Sciences 1(2024), XX-XX

ISSN: xxxxxx

Ricevuto: 26/12/2023

Accettato: 16/01/2024

Pubblicato online il XX XXXXXX 2026

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